Tra il 1969 e il 1970, dodici acquanauti vissero fino a 25 giorni a 20–25 metri di profondità nel Lago dei Tre Comuni. Un esperimento audace, locale e futurista, tra visione, improvvisazione e rischi reali.
Nel pieno della corsa allo Spazio, il Friuli guardò sott’acqua. Nel settembre del 1969, a poche settimane dallo sbarco sulla Luna, dodici volontari – undici ragazzi del posto e una ragazza, Silvana Polese, allora 17enne – si calarono nel Lago di Cavazzo (Lago dei Tre Comuni) per dare vita alla cosiddetta “operazione Atlantide”. Divisi in quattro cilindri metallici lunghi circa sette metri (30 m³ ciascuno), rimasero a oltre 20 metri di profondità per 25 giorni, senza mai risalire, vivendo in un ambiente pressurizzato con cucinino, elettricità, doccia calda, radio, telefono e monitoraggio cardiaco. Il rifornimento di cibo arrivava dalla superficie in contenitori stagni.

Dietro l’iniziativa, nata come progetto privato di Luciano Mecarozzi (gruppo speleologico e ricerche subacquee di Udine), c’era una rete mista: Università di Trieste e L’Aquila, Esercito e Marina Militare, Ministeri dell’Interno e della Difesa, ENI. A finanziare furono in parte Regione e sponsor, in parte gli stessi partecipanti, scelti senza criteri rigorosi e con un addestramento di pochi mesi. Tanto che, ricordano gli “acquanauti”, a loro toccò persino verniciare e trattare i cilindri contro la ruggine.
Il progetto mescolava visionarietà e improvvisazione. Un incidente sfiorato all’inizio – un cilindro che, per una bolla d’aria, si staccò e precipitò sul fondo – mostrò quanto fosse sottile il margine di sicurezza. Eppure, al termine dell’impresa, dopo le ore in camera di decompressione, in superficie li attese un “tripudio”: oltre 5.000 persone. Per i promotori, l’obiettivo era centrato: dimostrare che si potevano creare “fattorie subacquee” e postazioni operative per alghe, petrolio, archeologia e recuperi. Il direttore sanitario parlò di adattamento fisico e psicologico “per un periodo pressoché illimitato”.

Nel 1970 una seconda fase (15 giorni, due gruppi da quattro) testò un sistema di condutture per l’estrazione di petrolio. Ma, come hanno ammesso alcuni protagonisti, i protocolli di sicurezza restarono fragili. Nonostante ciò, l’operazione attirò interesse anche all’estero e produsse tre studi scientifici sulla fisiologia in ambiente iperbarico. Poi, il capolinea: fondi esauriti e stop al programma.
A distanza di decenni, “Atlantide” resta una storia tipica di un’epoca in cui tutto sembrava possibile: un’avventura audace, nata in Alto Friuli tra tecnica, passione e una buona dose di rischio, sullo sfondo della Guerra fredda e delle grandi sfide tecnologiche del Novecento.

