Sei mesi nelle tendopoli del ’76: il racconto di un giovane volontario

Il 6 maggio 1976 un giovane di poco più di vent’anni rientrò a Udine in autostop da Modena, trascorrendo poi la serata in palestra in via Scrosoppi; alle 21.05 la terra tremò con violenza.

Poche ore dopo, insieme al padre e al fratello, raggiunse in auto Tarcento e tentò di proseguire verso Osoppo, ma l’oscurità e le macerie fermarono il viaggio oltre Buia. All’alba, in bicicletta, entrò a Osoppo e si trovò davanti la distruzione e la morte portate dall’Orcolat.

Nei sei mesi successivi dormì nella tendopoli di Osoppo, collaborando con soldati tedeschi, volontari, forze dell’ordine, sanitari e con il coordinamento guidato dal commissario Giuseppe Zamberletti. Operò anche a Gemona, nel centro di smistamento, e a Majano, aiutando le famiglie che stavano perdendo tutto.

L’esperienza gli fece comprendere i tratti che definisce identità friulana: fermezza, pudore, voglia di ripartire, fiducia nel futuro e orgoglio collettivo. Ricorda la rinuncia dei comuni di pianura ai fondi per lasciare più risorse alle zone devastate e il coraggio di chi entrava nelle case pericolanti per recuperare ricordi.

I versi dell’inno «stringiamci a coorte» e «siam pronti alla morte» riassumono, secondo il testimone, lo spirito dei volontari che permisero di passare “dalle tende alle case” e di ricostruire Venzone e Gemona, mostrando al mondo la forza di un popolo unito.