Le Penne Nere in azione dopo il sisma del ’76

Poche ore dopo il 6 maggio 1976 la sede degli Alpini di Udine divenne il punto di raccolta di una lunga fila di persone pronte a partire per le zone colpite. Adriano Moretuzzo ricorda: «Ci sono un sacco di volontari pronti a offrirsi, giunti in bicicletta e in tutti i modi, pronti per farsi trasportare nelle zone terremotate, molto spesso con le sole mani».

Da Padova arrivò un elenco di famiglie disposte a ospitare gli sfollati. I documenti della sezione udinese mostrano camionette cariche di viveri, penne nere impegnate su tetti e argini e una tabella che conteggia mattoni e materiali impiegati in undici cantieri seguiti da circa 15 000 volontari provenienti da tutta Italia.

Ivo Del Negro descrive l’organizzazione dei cantieri: «I cantieri erano formati da 100 persone; avevano un ingegnere o un architetto responsabile di tutto il cantiere e un geometra o perito edile capocantiere, e comprendevano tutte le specialità: elettricisti, muratori, ferraioli, idraulici».

Tra alpini in congedo e in servizio si contarono vittime e lutti, inclusi i 29 caduti nel crollo della caserma Goi Pantanali. Del Negro ricorda il motto «Ricordare i morti aiutando i vivi», mentre il vicepresidente Gabriele Gubiani sottolinea il legame nato con la popolazione.

A Portis le abitazioni costruite nel quarto cantiere portano ancora i nomi delle brigate. Onorina Palese, estratta dalle macerie scalza, trascorse mesi in tenda, poi a Lignano e un anno nelle baracche prima di tornare in una nuova casa: «Mi ricordo di essere entrata in una casa in costruzione, proprio la prima che era stata costruita, dove abito ancora adesso».