Vittorio Franchin e la notte del terremoto del ’76

“Quando vidi le travi che si muovevano pensai al passaggio del treno. Ma la stazione era distante un chilometro… strano”. La sera del 6 maggio 1976 l’allora alpino ventiduenne Vittorio Franchin stava cenando in una taverna di Udine quando la terra iniziò a tremare. Poco dopo, un avventore gridò che era un terremoto e tutti uscirono di corsa.

Tornato alla caserma Giovanni Di Prampero con altri dodici commilitoni, Franchin ricevette l’ordine di partire per Gemona. Il colonnello li istruì con le parole “Salite su quel Fiat 238 un furgone e andate a Gemona. Per strada troverete persone che chiederanno aiuto. Non fermatevi”, consegnando loro un badile, una picozza e una lampada a olio.

Le strade erano ancora libere e il gruppo fu tra i primi militari a raggiungere il centro cittadino: case rase al suolo, continui assestamenti e silenzio rotto solo dalle richieste d’aiuto. Verso l’alba i soldati estrassero un’anziana di 80 anni da un edificio sventrato e trasportarono un’altra donna ferita utilizzando la rete di un letto.

In quell’epoca il Friuli Venezia Giulia contava circa seicento caserme e, prima dell’istituzione della Protezione civile, il soccorso dipendeva in gran parte dai militari. Rientrato a Udine, Franchin dormì in tenda insieme ai compagni, ancora scossi dall’esperienza.

Dopo il congedo, ha lavorato per oltre quarant’anni nell’artigianato e nel commercio, portando avanti con il fratello Mario il panificio di famiglia a Monastier, attivo da 110 anni e oggi alla terza generazione.