Nelle settimane del cinquantesimo anniversario del terremoto del 6 maggio 1976, la presenza dell’Esercito nelle operazioni di soccorso è tornata al centro dell’attenzione. La presidente del Consiglio ha raggiunto Gemona per il raduno triveneto degli Alpini, seconda visita in poche settimane, mentre a fine maggio i Bersaglieri si sono riuniti a Lignano Sabbiadoro: l’evento, dedicato all’accoglienza degli sfollati dopo le scosse di settembre, è costato oltre 200 000 euro di fondi pubblici.
Subito dopo la scossa del 1976, migliaia di militari di leva scavarono tra le macerie, montarono tendopoli e istituirono mense per chi aveva perso la casa. Allora due terzi dell’Esercito erano di stanza in Friuli; la loro permanenza, insieme alle servitù militari e ai poligoni di tiro, fu spesso contestata dalla popolazione.
L’Associazione Nazionale Alpini formò squadre di lavoro con artigiani, muratori, geometri e ingegneri iscritti all’organizzazione. Accanto ai reparti in uniforme operarono anche civili: diciottenni del movimento studentesco carnico recuperarono vittime tra Gemona e Trasaghis nei giorni caldi di maggio, e Remo Cacitti ebbe un ruolo decisivo nella ricostruzione di Venzone grazie ai legami con il mondo accademico.
Pochi ricordano che, per iniziativa dei parlamentari friulani, i giovani dei comuni terremotati ottennero l’esenzione totale dal servizio di leva; i coetanei del resto della regione furono invece assegnati ai Vigili del Fuoco o agli enti locali colpiti. La misura, nata dall’emergenza, anticipò il futuro servizio civile alternativo.
