Il giudice che sopravvisse al sisma del ’76 racconta i suoi 50 anni di resilienza

Il giudice udinese Daniele Faleschini Barnaba aveva quasi 11 anni quando il 6 maggio 1976 il terremoto colpì il Friuli. In quel momento si trovava in salotto con il nonno, a Santo Stefano di Buja, davanti alla televisione. Dopo la prima scossa uscì di casa, ma la scossa delle 21 lo sorprese vicino al muro esterno: parti di tegole e un cornicione lo travolsero, provocandogli lesioni che gli hanno lasciato una paralisi permanente alla gamba destra.

Rimase ricoverato 14 mesi tra Udine e Brescia, sottoposto a diversi interventi. Rientrato a casa nel giugno 1977, chiese alla madre di visitare Buja, Venzone, Gemona e Osoppo: lo scenario di macerie e l’erba incolta nel giardino di famiglia furono per lui uno shock, così come la perdita di molti oggetti personali.

Con l’aiuto della madre e della nonna, entrambe insegnanti, riprese a studiare e concluse l’anno scolastico. A scuola si sentì accolto dai compagni, ma la consapevolezza di essere «diverso» rimase un motivo di sofferenza. Nel corso degli anni ha avvertito altre scosse; il rumore del terremoto continua a trasmettergli la sensazione di non avere scampo.

Nei mesi di degenza a Brescia seguì le notizie dal Friuli sul Messaggero Veneto e scoprì che il Giornale di Brescia stava realizzando il “Villaggio Buja”. Fu curato dal microchirurgo Giorgio Brunelli, giunto in città quasi per caso. Oggi vive il presente senza fare progetti a lungo termine, insegnamento che attribuisce all’esperienza del sisma.

In vista del 50° anniversario, parteciperà il 9 maggio a una cerimonia ufficiale a Buja, organizzata dal sindaco Silvia Pezzetta, con la proiezione di un documentario in memoria delle vittime.

«Ricordo tutto di quell’istante: il rumore, il buio improvviso dei lampioni, le cose che cominciano a cadere e la terra in movimento», afferma. E ammette di ripensare a quelle ore «Ogni giorno, soprattutto la sera».