Alaa Faraj ha ottenuto un permesso dal Tribunale per raggiungere Udine e ricevere il Premio Terzani per il libro che racconta la sua fuga dalla Libia nel 2015.
L’ex calciatore era stato condannato a trent’anni di carcere con l’accusa di aver avuto un ruolo nella morte per asfissia di 49 migranti nella stiva della barca con cui arrivò in Italia; la pena è stata poi ridotta a vent’anni grazie alla grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica, suggerita anche dalla Corte d’Appello di Messina.
Il volume, pubblicato da Sellerio, ha generato il sostegno di numerosi intellettuali. Marino Sinibaldi, membro della giuria, lo ha definito «Costruire una cornice epistolare, cioè di lettere spedite nelle quali raccontava il proprio presente, e poi un testo nel quale via via in ogni capitolo si ricostruiva un pezzo del passato, è un capolavoro dal punto di vista della costruzione».
Le lettere contenute nel libro sono indirizzate a Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all’Università di Palermo, conosciuta da Faraj in carcere e oggi sua compagna. Sciurba ha ricordato: «Siccome il suo grande desiderio era essere creduto, era questo. Essere creduto per dire la verità per quelle 49 persone morte in mare e per tutte le altre che hanno attraversato il Mediterraneo, io gli dico: ‘Guarda che forse ti crederanno, ti crederanno se tu la scrivi questa storia, perché hai un modo di raccontarla incredibile’».
Angela Terzani Staude ha colto nella vicenda un invito all’impegno civile, affermando: «Noi, che ogni giorno diciamo ‘che ci posso fare, non ci posso fare niente, è così’, possiamo fare. Possiamo intervenire. Dobbiamo di nuovo credere in questo».
