Modello Friuli: la ricostruzione che fece scuola

Il terremoto che colpì il Friuli nel maggio 1976 innescò una delle operazioni di ricostruzione più rapide e organizzate d’Italia. In dieci anni vennero ricostruiti 17.000 alloggi e riparate oltre 75.000 abitazioni per una spesa complessiva di 30 mila miliardi di vecchie lire.

A differenza di altri interventi, i centri urbani non furono abbandonati: si scelse di ricostruire nei luoghi originari. La decisione fu resa possibile dalla delega concessa dal presidente del Consiglio Aldo Moro alla Regione Friuli Venezia Giulia guidata da Antonio Comelli.

Giorgio Santuz ha ricordato che, grazie anche a Giuseppe Zamberletti, «I funzionari ministeriali cominciavano a guardare le carte, qua invece si procedette, grazie anche a Zamberletti, a decisioni su un terreno proprio. Procediamo rapidamente».

Fondamentale l’azione dei sindaci. Franceschino Barazzutti ha spiegato che «Gli stanziamenti della Regione per la ricostruzione venivano trasmessi su un conto corrente bancario intestato non al Comune, ma alla persona del Sindaco».

Dopo circa un anno nacque la Segreteria generale straordinaria per la ricostruzione, frutto di un accordo bipartisan che evitò conflitti politici. Il gruppo era composto da cinque membri; tra questi Ferruccio Saro, allora sindaco di Martignacco, che ha ricordato: «Abbiamo gestito tutti i finanziamenti ai comuni, ai funzionari delegati, che erano i sindaci, e abbiamo gestito poi direttamente tutti gli appalti accorpati… le imprese portarono in Friuli Venezia Giulia migliaia di dipendenti tecnici e consentirono un grande risultato».

Il sistema funzionò anche sul piano legale e amministrativo. Giovanni Bellarosa ha sottolineato l’assenza di ricorsi alla Corte costituzionale e di interventi della magistratura penale, elemento che rese possibile completare l’opera in tempi ridotti e con una visione orientata anche allo sviluppo.